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Dichiarazioni Scottanti! L’ex ministro Scotti e le sue dichiarazioni nel processo sulla Trattativa maggio 29th, 2014 | di Nicola Madonia Cronaca 0
Un piano perfetto, per destabilizzazione le Istituzioni, da parte della criminalità organizzata, da mettere in atto attraverso le stragi. Sembrerebbe la sintesi in “140 caratteri” del processo sulla Trattativa Stato-mafia e invece è l’allarme lanciato già nel 1992 dall’allora ministro dell’interno Vincenzo Scotti. L’allora responsabile del Viminale davanti alla commissione Affari Costituzionali del Senato non usa mezzi termini:
“Nascondere ai cittadini che siamo di fronte ad un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata, la verità: io me ne assumo tutta la responsabilità”. Era il 20 marzo del 1992, ed erano trascorsi appena otto giorni dall’omicidio di Salvo Lima e mancavano ben due mesi prima della strage di Capaci, ma già, l’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi aveva diramato una nota alle prefetture. “Sono state rivolte minacce di morte contro il signor presidente del Consiglio (che all’epoca era Giulio Andreotti) e ministri Vizzini e Mannino (…) per marzo – luglio campagna terroristica contro esponenti Dc, Psi et Pds (…) Strategia comprendente anche episodi stragisti”. Questo quanto scriveva Parisi, delineando con precisione ciò che si sarebbe in parte realizzato poco tempo più tardi, dopo aver ricevuto alcune segnalazioni da una fonte confidenziale (probabilmente Elio Ciolini oscuro faccendiere al centro di mille intrighi internazionali e all’epoca detenuto). “La notizia della circolare alle prefetture venne resa pubblica dal Corriere della Sera e divenne un problema politico, per cui io fui chiamato a riferirne in parlamento” ha raccontato Vincenzo Scotti davanti ai giudici della corte d’assise di Palermo, deponendo stamattina (giovedì 29 maggio) come teste nel processo sulla Trattativa (sempre meno “presunta”) tra lo Stato e lo stato di Cosa Nostra. “In quell’occasione – ha spiegato l’ex ministro Dc – misi la commissione parlamentare davanti alla scelta se andare allo scontro frontale con la criminalità organizzata o convivere con essa”. L’allarme di Scotti rimase inascoltato dal mondo delle istituzioni: l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti non ebbe dubbi a definire il tutto una “patacca”, sbugiardando clamorosamente il suo ministro dell’Interno.
La testimonianza di Scotti potrebbe, invece, risultare fondamentale per i pm di Palermo: gli inquirenti stanno cercando di fare luce sui motivi che hanno portato all’avvicendamento tra l’esponente della Dc e Nicola Mancino al Viminale, nel giugno del ’92, quando si insediò il nuovo governo guidato da Giuliano Amato. “Quando accelerai per l’approvazione del decreto sul 41 bis percepii un clima di isolamento politico, attraverso il silenzio – aggiunge Scotti – o attraverso gli attacchi. Il silenzio è molto più pesante”.
Con il governo Amato, Scotti viene mandato al Ministero degli Esteri, sostituito da Nicola Mancino, oggi tra gli imputati del processo per falsa testimonianza. “Non so perché avvenne questo cambio – ha raccontato Scotti -, Ciriaco De Mita mi disse che avrei dovuto scegliere gli Esteri e mi chiese di scegliere tra il governo e il parlamento, dicendo che c’era una forma di incompatibilità. Io non chiedevo di restare al governo, ma se c’era la possibilità di continuare nell’azione intrapresa da me, avevano tutta la mia disponibilità. Ma, purtroppo, non c’era disponibilità alcuna per cambiare posizione all’interno del governo”.Intanto a Palermo sale la tensione: ieri una lettera anonima recapitata all’Ansa faceva riferimento ad un attentato “scoppiettante” da preparare al procuratore generale Roberto Scarpinato. La lettera è firmata con una sigla sconosciuta, Pra, che ricorda vagamente le rivendicazioni della ” Falange”.
Ma non finisce qui: oggi una lettera di minacce è arrivata a Enrico Bellavia, cronista giudiziario di Repubblica. “È evidente che c’è qualcuno che vuole sempre alzare, e tenere alta, la tensione, cercando di disturbare il lavoro della magistratura. Io credo che noi dobbiamo andare avanti con la stessa determinazione di sempre. La collettività ha necessità di capire. Di essere informata, e cercare di comprendere senza sottovalutare nulla” ha così commentato il pm Nino Di Matteo, che a sua volta è stato destinatario nei mesi scorsi di minacce di morte, contenute sia nelle lettere anonime ma anche nei colloqui in carcere tra Totò Riina e Alberto Lorusso della Sacra Corona Unita. Proprio adesso che si può fare chiarezza sulla trattativa, dobbiamo continuare noi, ad essere la loro scorta più forte, senza allentare la presa.
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